2) “Lo psicologo potrebbe manipolare la mia mente o leggermi nel pensiero”

Antonio Alberto Semi (1985) è fin ora l’unico Autore che io conosca che abbia provato a rispondere in modo veramente esplicito e onesto a questa “annosa” questione sull’andare dallo psicologo. Perché se è vero, come è vero, che lo psicologo non ha e non può avere (anche per deontologia professionale) alcun intento manipolatorio nei confronti dei propri clienti/pazienti, ciò non toglie che, in quanto osservatore esterno competente, possa cogliere aspetti della persona che ha davanti, di cui questa non è pienamente consapevole.

Questo in realtà non è vero soltanto per gli psicologi, ma per tutte le relazioni umane. Lo esemplificarono molto bene Joe Luft e Harry Ingham (1968; 1969), due psicologi che realizzarono una semplice schema in quattro quadranti per rappresentare ciò che sveliamo e celiamo di noi stessi nelle relazioni interpersonali: la Finestra di Johari:

andare dallo psicologo

Johari_Window-Brent Holgate [Public domain]

 C’è un’area pubblica di noi che “esibiamo” consapevolmente per fare una certa impressione o lanciare determinati messaggi e un’altra che manteniamo invece privata in misura maggiore o minore a seconda della confidenza che abbiamo con l’interlocutore. Ma ciò che siamo e ciò che comunichiamo di noi stessi non è relativo solo a questi due quadranti, in altre parole: non tutto è sotto il nostro controllo

In ognuno di noi alberga infatti anche un’area “buia”, fatta di tutte quelle potenzialità, motivazioni e caratteristiche della nostra personalità che ancora non conosciamo e rimangono al momento inconsapevoli. E in ultimo, ma non per importanza, esiste in ogni scambio interpersonale, anche un’area “cieca”: una serie di informazioni, impressioni, sensazioni che l’altra persona – in qualità di osservatore esterno – coglie su di noi, senza che ce ne accorgiamo o che fosse nostra deliberata intenzione comunicarle. Quest’ultimo fattore solitamente crea tuta una serie di aspettative, paure o speranze nelle relazioni interpersonali più varie: pensiamo ad una ragazza che, pur tacendo, spera implicitamente che il suo compagno colga i motivi del suo disagio. Pensiamo a tutte le volte che tendiamo a giudicare le persone da come mangiano o da come si vestono credendo, a torto o a ragione, di aver colto informazioni “indirette” su di loro utili a farci avere un’idea (solitamente piuttosto stereotipale) di che tipi sono… Insomma, in qualche modo tutti noi, anche se ci fa fatica ammetterlo, siamo ben consapevoli di questo livello indiretto di comunicazione e cerchiamo solitamente o di sfruttarlo a nostro vantaggio o di controllarlo temendo di poter essere giudicati o smascherati nelle nostre umane debolezze.

Naturalmente anche fra psicologo e cliente esiste questo livello di comunicazione e non in termini manipolatori ma, anzi, biunivoci.

Sì perché è il cliente che anzitutto tenderà, giustamente, a farsi un’idea il più possibile chiara del tipo di professionista che ha davanti, a partire dalle poche informazioni rilevate dal suo tono della voce, il vestiario o l’arredamento del suo studio. E lo psicologo solitamente è interessato a conoscere questi primi indizi su come la persona si sente a parlare con lui perché questo gli consente di conoscere cosa fa sentire a proprio agio quel cliente, come questo si sente nel chiedere aiuto o nel parlare di sé, che aspettative ha riguardo al sostegno che pensa di poter ottenere ecc.

Anche lo psicologo, naturalmente, organizzerà le informazioni intenzionali e implicite che il cliente gli rimanda per provare a comprendere qualcosa di vero sui vissuti di lui/lei e iniziare a farsi un’idea provvisoria della persona che ha davanti. Tutto questo, a differenza di quanto avviene nelle altre relazioni interpersonali, non ha però lo scopo né di giudicare né di influenzare il comportamento o le decisioni dell’altro. Quello che lo psicologo pensa di aver compreso del cliente, viene a lui restituito in forma esplicita, in modo che se ne possa parlare insieme e il cliente abbia in mano più elementi per comprendere il problema (o qualunque sia la questione portata) e le risorse a sua disposizione per risolverlo.

3) “Ormai sono fatto/a così, non posso cambiare”

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