4) “Nessuno può capirmi figurarsi uno che non mi conosce!”

Una delle domande che spesso mi sento rivolgere durante i primi colloqui è questa: “è capitato anche a lei?”… Queste domande probabilmente albergano nella mente di tutti i clienti/pazienti, non solo di coloro che le esplicitano verbalmente. Una delle preoccupazioni più diffuse riguardo l’andare dallo psicologo è infatti quella di non poter essere sufficientemente compresi nei propri vissuti se il proprio interlocutore non ha provato a sua volta esperienze simili. In fondo è questo che ci lega agli amici più cari: una conoscenza reciproca fatta di una condivisione di idee, valori, eventi vissuti, problemi più o meno grandi della vita quotidiana… Tendiamo a riconoscere come “amico” colui che sappiamo o pensiamo essere in qualche modo simile a noi perché partiamo dall’assunto, non del tutto sbagliato per la verità, che sarà proprio questa somiglianza che ci permetterà di rispecchiarci l’uno nell’altro e sostenerci a vicenda.

Senza nulla togliere ai legami di amicizia (a sostegno di questo vi invito a leggere oltre), quel che consente ad uno psicologo di aiutare il cliente ad orientarsi nel problema portato non è l’aver avuto problemi simili; sebbene questo possa accadere, non è questo che fa la differenza.

Lo capiamo meglio se pensiamo ad una professione tradizionalmente più “asettica” come è quella medica: sarebbe ben curioso pensare che un ortopedico, ad esempio, possa efficacemente curare e ingessare una gamba rotta solo nella misura in cui anch’egli abbia avuto un incidente simile… Forse alcuni ortopedici potranno anche “esserci passati”, ma non sarà questo che renderà più o meno professionale il loro operato nel reparto di un ospedale o in pronto soccorso!

Sebbene quando si parla di andare dallo psicologo si parli di una prestazione professionale che ha a che fare non con la concretezza del corpo, ma con la psiche e la relazione fra professionista e cliente, le cose in ogni caso non stanno in termini molto diversi. Da un lato perché, un po’ come l’ortopedico, anche lo psicologo ha i suoi “strumenti del mestiere”, un proprio “sapere” che gli consente di esplorare e ridefinire il problema della persona con categorie diverse da quelle del senso comune. Dall’altro perché è la capacità di ascolto empatico che consente di cogliere qualcosa di vero del vissuto dell’altro, farne per così dire un “assaggio” pur senza aver vissuto le medesime esperienze, ma semplicemente attingendo a quella che è la “tavolozza emozionale” a disposizione di ognuno di noi. Siamo predisposti in maniera innata a immedesimarci nelle emozioni degli altri, immedesimarci non totalmente, ma quanto basta per cogliere qualcosa del loro stato mentale. Questa facoltà è quella che consente ad uno psicologo di comprendere i tratti essenziali del vissuto del cliente mantenendo una “giusta distanza” che gli permetta di aiutare la persona a elaborare la sua esperienza al fine di rendere le emozioni oggetto di una riflessione condivisa.

5) “Invece di andare dallo psicologo è meglio parlare con un amico”

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