Anoressia nervosa: una questione (anche) di parole

Una persona che soffre di anoressia nervosa non è una persona che “non ha fame”, ma una persona che lotta contro i suoi stessi istinti di sopravvivenza per mantenere il controllo di sé, delle proprie emozioni e della propria autostima.

“Mancanza di appetito”, questo il significato etimologico del termine anoressia (dal greco an – privativo – orexis, appetito), termine utilizzato in realtà per alludere a molte e diverse condizioni cliniche che portano una persona a non alimentarsi a sufficienza come ad es. tumori, malattia di Crohn, appendicite ecc..

Le condizioni di malattia somatica prima accennate portano effettivamente a rifiutare il cibo in conseguenza di un drastico calo dell’appetito (secondario a sua volta alla condizione di malattia sottostante).

Nel caso dell’anoressia nervosa invece (quando cioè il rifiuto del cibo è determinato da componenti psicologiche) le cose stanno piuttosto diversamente e il termine stesso “anoressia” si rivela  in un certo senso inappropriato. Infatti, alla base del rifiuto anoressico del cibo non c’è un vero e proprio calo dell’appetito, ma, al contrario, l’intento di controllare, reprimere, dominare quegli “appetiti” (del corpo e della mente) che sono tutt’altro che silenti. Appetiti che più la persona anoressica cerca di contrastare più tornano a bussare prepotentemente alla sua porta.

L’ossessione per il cibo desiderato e negato

Le persone che soffrono di anoressia nervosa, infatti, pur rifiutando il cibo spendono una gran quantità di tempo ed energie a pensare ad esso, a programmare il prossimo (magro) pasto, a sminuzzare i pochi alimenti che hanno nel piatto e, spesso, anche a cucinare per gli altri quei cibi nutrienti e calorici che rifiutano per sé stesse.

Il desiderio (negato) del cibo è quindi al centro, e non alla periferia, del disagio anoressico. I termine “anoressia” è un termine essenzialmente descrittivo di quello che è l’aspetto più superficiale del comportamento osservabile dall’esterno: si dà per scontato che una persona che rifiuta di mangiare sia una persona che non ha fame e che, dunque, il problema risieda in un appetito insufficiente/difettoso.

La persona anoressica in realtà ha fame, desidera il cibo, è ossessionata da esso ed è proprio contro questo desiderio insaziabile e divorante che lotta strenuamente. Ed è in questa lotta che le persone anoressiche cercano una propria identità, un proprio senso di autostima e una sicurezza emozionale. E la lotta non riguarda solo il cibo e l’alimentazione perché in nome della dieta e della magrezza a ogni costo sono molti i bisogni fisici ed emotivi che vengono sacrificati: il sonno, il riposo, il freddo o il caldo, la sete, la socialità, la sessualità…

Anoressia nervosa e perdita di controllo

Non è l’assenza di appetito a connotare l’anoressia nervosa – nel suo significato psicologico – ma, al contrario, la negazione/repressione di un appetito insaziabile che sfugge costantemente, presto o tardi, alla illusoria capacità di controllo che la persona vorrebbe esercitare.

Il controllo assunto sugli impulsi del corpo e i suoi appetiti è infatti percepito sempre come effimero, precario, instabile. Per questo la magrezza raggiunta non è mai abbastanza, la rigidità della dieta non è mai sufficiente, perché più la persona anoressica tenta di prendere il controllo e più facilmente lo perde.

Lo perde in due possibili modi: o il meccanismo ossessivo che alimenta ripetuti digiuni diventa qualcosa che la persona percepisce come “alieno” a sé, non più sotto il suo libero arbitrio, qualcosa a cui sente di non poter più rinunciare anche volendo. Oppure prevale l’istinto, prevale l’appetito, è il corpo anoressico stesso che si ribella al suo “creatore” e si inizia a cedere alle abbuffate, vere e proprie crisi bulimiche in cui la persona perde totalmente quel controllo prima mantenuto tanto strenuamente.

Questi due esiti non si escludono a vicenda, molti sono i casi in cui un disagio emotivo che si esprime prima mediante il rifiuto anoressico del cibo assume, in un secondo momento, i connotati della bulimia o del binge eating alternando abbuffate a digiuni in un alternanza di controllo – perdita di controllo che lascia la persona sempre più disorientata e priva di una sufficiente padronanza di sé (Recalcati e Merli, 2006).

“Chi sono io?”: anoressia nervosa e fragilità identitaria

Il problema non è il cibo e la soluzione non è nel comportamento (Cosenza, 2003; Raggi, 2014): la persona anoressica, per motivi legati alla sua storia personale (diversa da quella di chiunque altro), ha bisogno di controllare la fame e il corpo, di mantenere a livelli minimi sia l’una che l’altro. Ne ha bisogno per potersi percepire una persona capace e degna di stima; per sentire di avere un proprio autonomo spazio di iniziativa personale svincolato dalle pretese/attese invadenti di altri.

È di questo controllo, tanto illusorio quanto pericoloso, che la persona anoressica ha bisogno per sentire di esistere, di essere qualcuno (e spesso fatica ha riconoscere di avere un problema e a chiedere aiuto).

Il disagio anoressico-bulimico non denuncia una carenza di appetito, ma una mancanza di fiducia nel proprio diritto ad esistere, nelle proprie capacità personali, nella propria autonomia di pensiero e azione, nella legittimità delle proprie emozioni.

Un percorso che consenta alla persona di costruire/consolidare questa fiducia può far sì che il cibo torni ad essere “soltanto” cibo e l’appetito qualcosa da ascoltare con equilibrio e non da contrastare.

Bibliografia:

Cosenza D. (2003), Posizione, atto e interpretazione nella cura analitica dell’anoressia- bulimia, in D. Cosenza e A.M. Speranza, La posizione dell’analista. Fondamenti di clinica psicoanalitica dell’anoressia-bulimia, Franco Angeli, Milano.

Raggi A. (2014), Il mito dell’anoressia. Archetipi e luoghi comuni delle patologie del nuovo millennio, Franco Angeli, Milano.

Recalcati M. e Merli U. (2006), Anoressia, Bulimia, Obesità. Bollati Boringhieri, Torino.

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