“Speriamo che sia femmina… oppure no?” Diventare padre di una figlia femmina

Confrontarsi con una figlia femmina oggi può significare per molti padri entrare in un territorio doppiamente inesplorato perché, oltre a condividere fin da subito cure e accudimento un tempo riservate alle sole madri, si è anche chiamati a confrontarsi e a prendere parte a quel lungo percorso di crescita che accompagnerà la bambina fino alle soglie dell’adolescenza trasformandola in giovane donna.

Spesso nell’attesa di un figlio ci si immedesima più facilmente nel futuro ruolo genitoriale immaginandosi alle prese con un qualcuno del proprio stesso sesso. I futuri padri non fanno eccezione, anzi può essere del tutto normale sentirsi più confusi e disorientati all’idea di confrontarsi con una figlia femmina. Vediamo perché.

Immaginarsi padre di una figlia femmina

Un uomo, potrebbe essere abituato a considerare “non di sua competenza” quanto attiene alle problematiche del femminile, non sentendosi preparato e adeguato a svolgere il ruolo di padre né a cogliere i particolari risvolti che solo il rapporto con una figlia femmina può comportare.

In realtà, quello accanto ad una bambina che cresce, è un percorso di vita che senza dubbio richiede ad un padre un grande impegno ma che al tempo stesso può farlo crescere e maturare a sua volta come persona e come uomo.

Uno degli aspetti più evidenti – e allo stesso tempo “difficili” – è che relazionarsi ad una figlia femmina richiede ad un padre di sintonizzarsi maggiormente su un registro comunicativo di tipo “emotivo” e non solo razionale o pragmatico, quale è quello cui un uomo è maggiormente abituato. Questo non certo perché si debbano riprodurre modalità di accudimento di tipo “materno”, ma perché è proprio attraverso l’esplicitazione e la comunicazione dell’affetto da parte del genitore del sesso opposto che una bambina potrà ricevere quelle conferme emotive di cui ha bisogno per acquisire fiducia in se stessa e nelle sue capacità sentendosi riconosciuta come essere unico e svincolato rispetto alla fusionalità con la propria madre.

La bambina e il suo “eroe”

È in questo senso che la relazione padre-figlia assume alcune particolari caratteristiche durante le varie fasi dello sviluppo. Si può dire in generale che durante l’infanzia, in particolare a partire dai 4-5 anni, quella del padre tende ad essere una figura sostanzialmente “idealizzata” che la bambina ritiene fonte di massima guida e protezione e che, in tal modo, accompagna l’esploratività della bambina verso il mondo e la conquista di una maggiore competenza sociale. In questa fase, infatti, egli costituisce la principale figura di riferimento maschile con cui, pertanto, ella tende ad instaurare un legame “speciale” che spesso si vorrebbe addirittura esclusivo. Un padre, in questa fase, è una sorta di “eroe” che garantendo stima, sicurezza e rispetto, incoraggia la bambina a compiere i primi passi nel mondo: che si tratti di insegnarle a nuotare o ad andare in bici senza rotelle, ci sono, nella vita di ogni bimba, quelle piccole e grandi battaglie che solo vincere con l’aiuto ed il riconoscimento affettivo del proprio padre (o di un’analoga figura di riferimento) può rendere unici insegnamenti di vita. Fornirle conferme sulle sue capacità, coinvolgerla in giochi e nuovi apprendimenti cercando di scoprire e tenere conto dei suoi gusti e inclinazioni e comunicarle il proprio affetto potranno essere, in tale ottica, degli spunti importanti per aiutare i neo-papà a destreggiarsi nell’intricato modo del femminile fin dall’infanzia.

Questo non consentirà soltanto alla bambina di crescere, ma fornirà anche al padre l’occasione di entrare maggiormente in contatto con la sfera delle proprie emozioni lasciando libera espressione a tutte quelle componenti di affettività, tenerezza e dolcezza che spesso è indotto a inibire in altri ruoli della sua vita.

In adolescenza la figlia ha ancora bisogno del padre

Il legame speciale che si viene a creare tra un padre e la figlia durante l’infanzia può essere molto gratificante tanto da fargli vivere l’ingresso della propria “bambina” nell’adolescenza come un vero e proprio “shock”.

Da un giorno all’altro la stanza del bagno diventa off limits, la porta della camera è eternamente chiusa e bisogna addirittura bussare per potervi entrare, effusioni d’affetto “paterne” non sono più molto ben tollerate soprattutto in presenza di altri… La sensazione è quella di essere improvvisamente allontanati e tagliati fuori senza motivo dalla vita di quella “bimba” che fino all’altro ieri vedeva nel suo papà il suo unico punto di riferimento e che oggi invece si dimostra non di rado oppositiva e conflittuale avanzando sempre maggiori richieste di libertà e di indipendenza.

La propria figlia, in altre parole, non è più una bambina e cerca di ritagliarsi sempre maggiori spazi di autonomia negli affetti, nelle amicizie e nelle varie esperienze che fa fuori dall’ambito familiare.

Questo tuttavia non va interpretato erroneamente: ella ha certamente ancora bisogno del padre ma in un modo diverso da quello a cui era stata abituata durante l’infanzia. Il padre è e rimane, anche adesso, colui che aiuta a crescere ponendo dei “limiti”: limiti alla relazione fusionale di dipendenza dalla madre nell’infanzia, limiti alle continue richieste di libertà in adolescenza. Si tratta sempre di regolare e guidare l’acquisizione di autonomia della propria figlia verso il mondo esterno. Se nell’infanzia questo avveniva sotto il diretto controllo del padre stesso che interveniva direttamente ad incoraggiare e dosare le esperienze che la bimba andava man mano facendo. Ora che ella è adolescente il suo ruolo è quello di guidarla “a distanza” ponendo delle regole e dei confini coerenti e adeguati entro i quali prenda da sola le sue iniziative e cominci ad assumersi autonomamente la responsabilità delle proprie scelte. Questi limiti, e questo è fondamentale, devono essere continuamente oggetto di contrattazione e di discussione (il conflitto e il confronto sono una delle principali occasioni di crescita per gli adolescenti) affinché possano gradualmente ampliarsi con le progressive conquiste che la ragazza andrà facendo.

Anche ora insomma è importante che ogni passo in avanti possa essere occasione per lei di un riconoscimento delle proprie capacità da parte del padre e non sia né dato per scontato (rinunciando a  porre limiti o regole) né ostacolato a priori (assolutizzando regole rigide).

Certo, essere padre in questa fase, impone anche di dover riconoscere e gestire le inevitabili gelosie e smarrimenti che lo sviluppo della propria figlia comporta compreso quello fisico e sessuale. È fondamentale, infatti, che egli non reagisca con opposizione ma nemmeno con indifferenza alla trasformazione della propria bambina in giovane donna. Ella, anzi, ha anzitutto bisogno di sentirsi riconosciuta e rispettata da quello che nella sua infanzia è stato l’unico uomo importante della sua vita. Quello che non bisognerebbe mai dimenticare, in sostanza, è che essere padri, soprattutto di una figlia adolescente, significa saper giocare una “battaglia” per tutto il tempo che sarà necessario finché la propria figlia non sarà pronta per vincerla (Pellai, 2008) e ci si potrà fare da parte per permetterle di proseguire da sola nel cammino della propria vita di donna.

Per saperne di più:

Pellai, A. (2008). Da padre a figlia. La lettera che ogni padre vorrebbe scrivere, le parole che ogni figlia dovrebbe leggere. Milano: San Paolo Ed.

Oliverio Ferraris, A. (2005). Sarò padre. Desiderare, accogliere, saper crescere un figlio. Firenze: Giunti.