Gemelli: tra fusionalità e separazione

Essere gemelli significa un po’ essere, fin dalla nascita, in compagnia di un “doppio” di sé stessi. È una condizione esistenziale che, se da un lato può favorire in questi bambini la comparsa di peculiari competenze comunicative e sociali; dall’altro contribuisce alla genesi di un legame quasi “fusionale” che rischia di chiuderli al mondo esterno.

Interazioni precoci fra gemelli

I gemelli, a differenza dei figli unici o dei fratelli di diverse età, condividono tutto o gran parte del proprio patrimonio genetico (a seconda che siano omozigoti o dizigoti), la probabilità che si instauri una gravidanza gemellare risente di fattori ereditari materni prevalentemente per i gemelli dizigoti (che rappresentano i casi più comuni). Negli ultimi decenni si è registrato un significativo aumento di gravidanze gemellari soprattutto dovuto al maggior ricorso a tecniche di fecondazione assistita e al progressivo aumento dell’età materna. Va detto anche che questi bambini, oltre a vivere una gestazione più delicata, hanno anche una maggior probabilità di nascere prima del termine con un parto prematuro.

Alcuni studi compiuti su coppie di gemelli omozigoti (Castiello et al., 2010) rilevano come fin dai primi mesi di gestazione ciascuno dei due feti inizi gradualmente a eseguire movimenti intenzionali – distinti da quelli casuali o dai riflessi automatici – finalizzati a stabilire un contatto con il proprio fratello. Tali movimenti, col passare delle settimane, andranno via via a prevalere rispetto a quelli di esplorazione del proprio corpo. La presenza del proprio gemello rappresenterebbe, infatti, un precocissimo stimolo di natura sociale in grado di influenzare lo sviluppo di primissime capacità “interattive” fin dalla vita intrauterina.

Sfide relazionali e fusionalità

Altri studi evidenziano come i gemelli risultino interattivamente competenti fin la prima infanzia. Questi bambini, infatti, si troverebbero fin da subito inseriti in relazioni “triadiche” nelle quali il genitore si rapporta ad entrambi contemporaneamente; questo renderebbe i due fratelli particolarmente abili nel comprendere, di volta in volta, chi è il destinatario dei messaggi comunicativi e a gestire gli aspetti “pragmatici” delle comunicazioni con gli adulti (McMahon e Dodd, 1997).

Questo assetto può risultare però anche molto faticoso tanto per la madre quanto per i bambini. Alcuni studi evidenziano quanto possa risultare ambivalente e complessa l’esperienza delle neomadri alle prese con due gemelli. Queste donne avvertono la fatica non solo pratica ma anche mentale di dover rispondere alle richieste interattive dei due piccoli; riferiscono di sentirsi come divise a metà e riportano frustrazione e senso di colpa per l’impossibilità a dedicare, ad ognuno dei due, un’attenzione “esclusiva” (Zazzo, 1997; Barbieri e Fischetti, 1997; Piontelli, 2002).

I due gemelli, dal canto loro, sembrano portati spontaneamente a “compensare” questa difficoltà comunicativa cercando sicurezza e conforto nel contatto fra loro che, anche per questi motivi, rischia di diventare eccessivamente stretto e fusionale (Gottfried, 1994) rallentando lo sviluppo di competenze linguistiche, cognitive e sociali verso gli altri.

Uguali ma… diversi!

I gemelli, infatti, sono abituati a comprendersi “al volo”, sulla base di un linguaggio in gran parte intuitivo ed emotivo e durante l’infanzia possono essere meno motivati, rispetto agli altri bambini, ad “attrezzarsi” adeguatamente per interagire con gli altri perché gratificati e protetti dal legame esclusivo che li unisce.

Questo però non esclude che possano esserci anche atteggiamenti competitivi con cui i due bambini cercano, di tanto in tanto, di bilanciare la fusione e ribadire la propria individualità.

Un fattore importante in al senso è determinato da quanto, ciascuno dei due genitori, riesca man mano a coltivare momenti di interazione duale con ciascun figlio dedicandogli tempo e attenzioni personalizzate, invece di rapportarsi alla coppia gemellare solo come un “tutt’uno”. Vestirli allo stesso modo e rivolgersi sempre ai due bambini insieme non favorirà la corretta individuazione di cui ciascuno ha bisogno. È fondamentale, infatti, che i genitori, attraverso gli scambi affettivi e le attività di gioco, riescano a riconoscere e valorizzare l’individualità di ogni figlio come persona “integra” e non solo come metà di una coppia gemellare.

È fondamentale che queste differenze fra i due possano essere viste e apprezzate come tali, senza irrigidire i bambini in ruoli “fissi”, né fare paragoni o stigmatizzare le caratteristiche dell’uno, per difetto o per eccesso, rispetto a quelle dell’altro (uno troppo timido a confronto dell’atro più “spigliato” e così via).

Anche dal punto di vista scolastico, in linea generale, iscrivere i due gemelli in classi diverse fin dalla primaria può risultare utile per stimolare ognuno ad instaurare rapporti di amicizia autonomi e indipendenti e ad interagire individualmente con i coetanei.

Se tuttavia la prospettiva di una separazione rischia di creare ansie eccessive, potrebbe essere utile rimandare tale possibilità negli anni a venire e provare intanto a sperimentare una separazione “a piccole dosi”, in contesti temporalmente limitati o occasionali (come la palestra, le lezioni di inglese ecc.).

L’adolescenza dei gemelli

L’esclusività e la fusionalità che connotano il rapporto fra gemelli durante la prima e la seconda infanzia sono destinate a modificarsi con l’adolescenza, età in cui iniziano a manifesterai maggiori spinte alla differenziazione e all’autonomia. Questa fase della crescita impone infatti, anche ai gemelli, di cercare e costruire gradualmente una propria identità autonoma richiedendo loro una sorta di doppio compito: differenziarsi non soltanto dalle figure genitoriali, ma anche dal proprio gemello.

L’esito di tale processo dipenderà in gran parte anche da quanto, in precedenza nella famiglia, si sia raggiunto un “sano” equilibrio nel rispettare il legame “speciale” e assolutamente peculiare della coppia gemellare (legame che, in altre forme, continuerà a legare i due fratelli per tutta la vita) valorizzando, al contempo, le differenze e l’autonomia di ognuno:

Tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro” (P. Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori, 2010, pp.21-22).

 

Bibliografia

Barbieri F. Fischetti C. (1997). Crescere gemelli: individuazione psichica e relazione con l’ambiente delle coppie gemellari, Roma : Phoenix.

Castiello, U., Becchio, C., Zoia, S., Nelini, C., Sartori, L., Blason, L., et al. (2010). Wired to be social: the ontogeny of human interaction. PLoS One, 5, e13199.

Gottfried N.W., Seay B.M., Leake E., (1994). Attachment relationship in infant twins: the effect of cotwin presence during the separation from mother, Journal of Genetic Psychology, 155 (3): 273-281.

Zazzo R. (1997). Il paradosso dei gemelli, Firenze: La Nuova Italia.

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